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   L'aquila sul Nilo

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Autore: Guido Cervo

Edizione: Piemme

Anno: 2007

Pagine: 476

 
 
     
     
 
   Recensione

Inizi degli anni ’60 del I secolo d. C.: Nerone era curioso di accertare una questione scientifica da sempre dibattuta, quella delle sorgenti del fiume Nilo, per questo incaricò due centurioni di guidare una spedizione di militari (e probabilmente di studiosi), con il compito di perlustrare il territorio dell’alto fiume per tracciare carte, raccogliere campioni di materie prime e  piante, curiosare un po’ dovunque, in vista di futuri possibili sviluppi espansionistici. Partendo dall’Egitto, gli esploratori si spinsero prima nel regno nubiano di Meroe, la terra dei Faraoni Neri (l’attuale Sudan), poi sempre più a sud, fra difficoltà crescenti, sino ad un gravissimo ostacolo, la grande palude del lago No (oggi nota come il Sudd), sul Nilo Bianco. A questo punto si risolsero a tornare indietro. L’episodio storico, citato da Seneca e da Plinio il Vecchio, presenta caratteristiche tali da stimolare la fantasia di chi, con notevoli doti narrative, si voglia lasciar tentare dall’idea di far rivivere, romanzandola, l’avventura di questi antichi esploratori.

È questo il caso di Guido Cervo, insegnante bergamasco, che sta riscuotendo un crescente successo con le sue prove narrative, ambientate nel contesto della Roma imperiale: tra i lavori precedenti Il centurione di Augusto, Il segno di Attila e Le mura di Adrianopoli. Il favore di un’ampia e affezionata fascia di pubblico è determinato dall’indubbia capacità del narratore di “tenere il lettore sulla pagina”, con una sapiente alternanza di toni e situazioni, dall’avventuroso, al drammatico, al comico o addirittura grottesco, al sentimentale e così via. Il tutto supportato da una notevole conoscenza degli eventi e del contesto storico in cui i suoi personaggi si trovano ad operare. Cervo ha appunto di recente pubblicato per Piemme il suo ultimo lavoro, L’aquila sul Nilo (Casale Monferrato, 2007, pagine 476, euro 19.90), ispirato proprio all’episodio sopradetto, con tutti gli arricchimenti, le integrazioni e le variazioni rispetto alle scarne note senechiane che la pur controllata fantasia dell’Autore e il gusto dei lettori impongono. Naturalmente Cervo si attiene, nei limiti del possibile, alle regole di una ragionevole verosimiglianza. Così nel romanzo sono verosimili le difficoltà e le sofferenze dei componenti della spedizione romana e dei loro accompagnatori locali, alle prese con incidenti di vario tipo, agguati da parte di tribù ostili (fra le quali non mancano neanche i cannibali), indesiderati incontri ravvicinati con coccodrilli o leoni, per non parlare delle febbri malariche o delle malattie di altro genere che molto probabilmente decimarono pesantemente la spedizione neroniana nella realtà. L’Autore, poi, anche per compiacere il gusto del pubblico, si prende qualche libertà rispetto agli elementi storici accertati: immagina la contemporanea presenza a Meroe, la capitale del regno nubiano, subito a sud dell’Egitto, di un distaccamento romano di qualche centinaio di uomini, sotto la guida del valoroso ed aristocratico tribuno Marco Valerio. Il Nostro si trova coinvolto in prima persona nelle vicende del regno, minacciato sia da principi ribelli che da vicini aggressivi, gli Axumiti d’Abissinia e dà il meglio di sé, contribuendo, gladio in mano e fedeltà a tutta prova, alla salvezza e alla vittoria della bellissima regina Amanikatashan. Di qui, inevitabilmente, l’attrazione fatale fra il nostro baldo quirite e l’affascinante sovrana ed un’appassionata e sofferta storia d’amore destinata a... Ma, a questo riguardo, lasciamo la curiosità del finale ai lettori.

 

Enzo De Canio

 

 

 
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