Allorché Platone si trovò a scegliere la cornice più adatta, nel Timeo, per ambientare la narrazione del mito di Atlantide, decise di far raccontare la storia dell’isola favolosa all’ascoltatore Solone da parte dei sacerdoti dell’Antico Egitto, evidentemente già allora ritenuti portatori ed eredi di una sapienza arcana e venerabile. Il più grande filosofo dell’Antichità era quindi già “vittima” della suggestione provocata dalla millenaria civiltà della terra del Nilo, soffriva, insomma, di egittomania. Da che cosa deriva, fondamentalmente, il fascino che l’Egitto antico ha sempre esercitato e continua ad esercitare anche su di noi? Carlo Ruo Redda, curatore di un recente e articolato saggio proprio su questo tema, Egittomania, evidenzia soprattutto due aspetti: l’immortalità e l’architettura. Il mito di poter vivere in eterno è sicuramente comune a diverse religioni «Ma gli Egizi sono andati oltre. Seppure svilupparono il concetto del ka, la pura essenza, l’anima, si preoccuparono di rendere immortali anche i loro corpi», tramite la mummificazione, che mirava proprio all’immortalità.
Oltre a questo Redda sottolinea giustamente il fascino dell’architettura egizia, quella monumentale, capace di impressionare l’immaginario collettivo. «Ancora oggi, nonostante la consuetudine a grattacieli e cattedrali, non riusciamo a rimanere impassibili di fronte alle piramidi (e aggiungeremmo alle sfingi, alle statue ed ai templi più grandiosi, n.d.r.)...la loro maestosità, la precisione della loro costruzione ci lasciano attoniti, ancor più se consideriamo che sono state realizzate senza altri strumenti che slitte, corde e scalpelli». Se a tali due elementi fondamentali aggiungiamo la naturale e rispettosa ammirazione nei riguardi di una civiltà durata più o meno 3.500 anni (fino all’affermarsi del Cristianesimo in epoca tardo antica) e il presunto mistero egizio, spiegabile semplicemente con il fatto che per tanti secoli non è stato possibile interpretare gli ideogrammi della terra del Nilo, il quadro è abbastanza completo per comprendere le ragioni dell’Egittimania: qualcosa di ben più profondo, in realtà, di una semplice eppur duratura moda culturale (anche se in taluni ambiti talora si ridusse e si riduce a questo livello superficiale), ma un richiamo non trascurabile, quasi un filo rosso che ha percorso e percorre tuttora la storia del mondo occidentale e mediterraneo. Il tema dunque è vastissimo sia per i diversi aspetti (artistico, architettonico, scientifico, esoterico o presunto tale, religioso) sia per l’estensione cronologica e spaziale del fenomeno, e non a caso Redda ha scelto di avvalersi dei contributi di numerosi specialisti, tra i quali Roberta Levrero, Giancarlo Seri, Massimo Centini, Mauro Minola ed altri. Dagli influssi artistici egizi sull’artigianato fenicio (i sarcofagi antropoidi di Biblo e Sidone, diversi gioielli) alla cultura greca e romana (con la diffusione del culto di Iside che ispirò, tra gli altri, Apuleio ne L’asino d’oro) via via fino all’ermetismo di presunta ispirazione egizia, e poi ben oltre, al gusto dell’esotico egizio nell’arte del XVIII e XIX secolo, è tutto un percorso in cui la suggestione della trimillenaria civiltà dei Faraoni e dei Tolomei non sembra affievolirsi. Naturalmente vi sono anche le scoperte scientifiche in conseguenza del viaggio di Napoleone, la fondazione di grandi musei come quello di Torino e, in epoca più recente, i film ispirati all’Egitto e persino l’“Egitto in striscia”, cioè i fumetti più o meno comici o horror. Insomma l’Egitto è componente essenziale, lo vogliamo o no, del nostro immaginario, non meno che della nostra storia e spiritualità.
Enzo De Canio