Com'è dura la via quando da solo trascini
il fardello dell'esistenza.
Inutilmente lo splendore dei fiori
ravviva il cammino,
né giova l'ombra ristoratrice
che l'albero ti porge
e persino crudele
appare la sorgente
che mormora in disparte
la sua eterna canzone.
Più o meno con questo sentire i due superstiti avevano ripreso il cammino sul far del giorno, maledicendo, il primo, l'idea dannata di risparmiare al somaro l'ultima fatica, dannandosi il secondo a dare un contributo che le gambe offrivano stentato. Benché avessero caricato le cose strettamente indispensabili, risparmiandosi gran parte delle suppellettili irrimediabilmente danneggiate, l'assenza di Ambrogio si faceva pesante col passar del tempo e la marcia procedeva penosamente. Lungo il percorso saltavano via via i collegamenti ed i riferimenti che la mente organizzatrice di Pomponio teneva per abituali, così il prossimo si faceva remoto ed il distante spariva addirittura dalla visuale. Questo non impediva di controllare regolarmente con la coda dell'occhio l'impegno del compare ed in quelle occasioni ripeteva tra sé - spingi, spingi che ti fa bene… così impari i vantaggi del mettere i somari a pensione - ma per tutta la giornata tenne dentro di sé queste considerazioni e comunicò con mugolii e mezze parole solo quando ci era costretto. Nel pomeriggio un bel sole rallegrò la campagna, ma il suo calore, ai due che arrancavano, parve insopportabile quanto la lunghezza del trasferimento. Quando Pomponio ebbe finalmente l'impressione d'aver guadagnato una buona fetta di strada e si fermò, era buio pesto ed una bruna gelata soffocava in gola ai viaggiatori i respiri affannosi. Quella notte, Attila avviluppò l'amato violino nella coperta migliore e si coricò appoggiandovi il capo mentre il compagno, che aveva assistito alla cerimonia scuotendo la testa, si era mordicchiato il labbro in silenzio. Da alcune ore il sonno benefico leniva la stanchezza, gli incubi e le preoccupazioni di quella giornata, quando il violinista ebbe in sogno la visione di ritornare a casa. Già percorreva gli ultimi metri di strada e le gambe gli si erano fatte leggere come quando era ragazzo e si scioglievano in una corsa sfrenata. Giunto al portone, il dubbio s'impadronì di lui perché la certezza e la gioia d'essere davanti a casa s'erano smarrite ed un'oppressione amara lo respingeva da quel luogo, diventato penosamente estraneo, ma si fece animo e varcò la soglia. Salì le scale e guadagnò il primo piano: qui il pianerottolo si allargava avvolgendo la tromba delle scale. Lungo le pareti si allineavano numerose porte ed egli s'affacciò in quella che restava aperta come se lo si stesse aspettando. Sbirciò all'interno e vide un ampio locale rettangolare, il lato maggiore visibile dall'ingresso era arredato da una schiera di poltrone e divani foderati di velluto rosso dove sedevano compostamente alcune persone silenziose ed attente. Non entrò, quell'inquietudine che lo respingeva ancora lo indusse a considerare "no, non può essere, non ho mai visto quei divani". Tese gli orecchi per cogliere i rumori che provenivano dalla stanza ed avvertì la presenza di un musicista che accordava il violino. Risalì nuovamente le scale con l'animo imbarazzato di un intruso che teme di essere scoperto, ed in preda di una nuova sgradevole sensazione, quella d'essere completamente ignudo. Il musicista sconosciuto interpretava intanto una ballata che gli era nota e la bellezza di quella esecuzione lo trafisse con gli strali dell'invidia, giudicò con rammarico di non esserne all'altezza. Mentre ispezionava la casa alla vana ricerca della propria abitazione, la musica l'oppresse incalzante fin quando, tradito e deluso ridiscese le scale, accompagnandolo con le cadenze conclusive. Si ritrovò infine sulla strada ed a questo punto una nebbia impenetrabile calò sulla visione ed il sogno svanì. Un'alba convalescente si levò sul nuovo giorno per accompagnare i musicanti con la sua luce opaca. In seguito il sole, squarciandone il velo, scoprì un cielo appesantito di nubi. Quando ne fu ricoperto del tutto, una lamina citrina rimase stirata tra i nembi, sospesa sul fosco orizzonte. All'improvviso si levò mugghiando il vento. La fiera invisibile artigliava i campi scompaginando le coltivazioni, torceva i tronchi degli alberi e strattonava rabbiosamente i rami mentre foglie peregrine giravano vorticosamente intorno. Malgrado queste avvisaglie, quando il primo tuono rotolò rimbombando per la vallata, i viandanti si fermarono attoniti. Attila aveva piegato il ginocchio in un avvallamento della strada e guardava sgomento il compagno. Mentre restava accovacciato, percepì una stupefacente sensazione di calore risalire per le giunture: era una manciata di sole che, raccolta dal terreno ed elargita a sua consolazione in quel momento di smarrimento, lo rianimò come una carezza materna. Si rivolse nuovamente al compagno che non aveva mollato le stanghe e con un cenno si intesero di proseguire ancora fino al primo riparo. Giunti ad un bivio, Pomponio scelse il sentiero più stretto, conteso dalla vegetazione che cresceva sui bordi. "Prendiamo questo, è una scorciatoia che ci fa guadagnare tempo". Attila, contrariato, rimpianse la via maestra che si allontanava da loro ed affrontò in silenzio le insidie di quel cammino disagevole. La pioggia aveva preso a scendere fitta e, nelle sospensioni della tempesta, scrosciava implacabile infilandosi in ogni pertugio; attraverso le maniche risaliva le braccia fino ai gomiti, attraverso il colletto colava lungo la schiena fino alla cintura. Gli steli d'erba impregnati d'acqua assalivano le gambe come spire fredde di serpente, i piedi sguazzavano dentro le scarpe mentre un risentimento astioso verso il compagno cresceva in lui insieme allo sfinimento. Procedeva sballottato dalle asperità del sentiero aggrappandosi al carro come al proprio destino. Pomponio tirava avanti insensibile ai disagi e senza risentire della stanchezza, ma si rendeva conto che lo sforzo aumentava con il trascorrere dei minuti. - Cosa fa quel disgraziato là dietro? Spinge o si attacca al carro per farsi trasportare come un mestolo appeso? - si chiedeva finché, non potendone più, si voltò piantando gli occhi in faccia al compagno che boccheggiava, con un'espressione irosa ed indagatrice al tempo stesso. Questi rispose con uno sguardo assente. Riprese la marcia rassegnato anch'egli al proprio destino ma dicendo a se stesso - avanti, che la meta si avvicina, e se non fosse sfiatato avremmo potuto andar più in fretta e raggiungere il paese questa notte stessa -. Ma ecco profilarsi la sagoma familiare di una capanna, il riparo dei pastori quando si fermano in quota nella stagione estiva, quattro assi inchiodate, un tetto e qualche giaciglio per sentirsi a casa. Pomponio si ferma davanti al rifugio, abbandona le stanghe, raggiunge l'uscio e scioglie il nodo che lo serra, poi torna indietro di corsa e abbranca il compagno per portarlo al riparo, - il violino - , - me ne occupo io - ed infilato il braccio libero sotto un telo afferra anche quello e trascina tutti al riparo. Nell'unica stanza c'è un giaciglio e qui distende l'infermo ponendogli sotto il capo la custodia. Il corpo del violinista sta tremando, egli pensa che abbia freddo e lo copre con il proprio mantello. Accidenti, manca un lume: corre fuori a frugare nel carro, lo trova e lo porta dentro proteggendolo con la mano, chiude la porta e finalmente l'accende. Ora il riparo gli dà un barlume di benessere ma incombe il freddo della notte e con gli abiti fradici non si può fare a meno del fuoco. Scruta nella penombra alla ricerca di una fascina di legna secca ma non la trova, allora afferra un ramo e lo scorteccia pazientemente a striscioline sottili e, senza staccarle, le distanzia dalla midolla. Finita l'operazione, il ramo si è trasformato in un alberello di Natale con le braccia protese a porgere doni. Ne trasforma altri due allo stesso modo, li dispone nel camino ed aggiunge un pugno di paglia che accende rubando una fiammella dal lume. Il fuoco esita e minaccia di spegnersi, egli si inginocchia e gonfia le gote per sostenerlo fino a che non divampa allegramente liberando un po' di fumo. Pomponio tossisce ma è soddisfatto, ora può mettersi a dormire. Attila ha smesso di tremare e riprende un barlume di conoscenza, ha la mente confusa ed i sensi intorpiditi che si lasciano invadere da una insensibilità benefica liberandolo da ogni sofferenza. Al riparo dalla tempesta, gli scrosci insultanti di pioggia non gli sferzano più il volto e si attenua il fragore dei tuoni, soltanto un crepitare sottile alle tempie lo richiama debolmente all'avventura che finisce. Ora si ritrova in una sospensione azzurrina, il contatto dell'acqua protegge il suo corpo che istintivamente si mette a nuotare come fanno le rane, con le braccia distese e la spinta dei piedi, scivolando senza attrito tra miriadi di bolle iridescenti, una compagna invisibile gli risale accanto. Rassicurato proseguì nel viaggio verso la distesa azzurra che incurva l'orizzonte, verso quel braccio di mare dove giocano i delfini.
Avviluppato in ruvidi panni, Pomponio chiudeva gli occhi nella penombra, il capo reclinato ed un lembo di coperta premuto sul labbro che ne intiepidiva il contatto. I pensieri gli sfuggivano dalla mente ad uno ad uno come uccelli prigionieri da una voliera socchiusa, e quando la coscienza abbandonò gli ultimi avamposti, sprofondò nel regno oscuro di Morfeo. La tempesta scorreva sopra il tetto accendendosi a tratti con scoppi improvvisi, ma il frastuono si smorzava gradualmente fino a farsi sommesso e svelare il contrappunto segreto di ticchettii di gocce indiscrete, di fruscii, crepitii e di sussurri notturni che aleggia nei rifugi sperduti. Il vento allontanò infine gli elementi sconvolti verso altri orizzonti e si fece silenzio, nel cuore della notte; che si compissero in pace i preparativi per il nuovo giorno. È l'alba, uno scrosciare soffuso di cascate lontane percuote l'aere cristallino che, purificato dalle piogge notturne, filtrando per le fessure della capanna, suscitava dalle fibre stagionate del legno le tracce riposte dei frequentatori. Si riaccendevano così lo spirito gagliardo dei vini, l'alito greve del formaggio e l'aroma corroborante del caffè, in una miscela acre che recando con sé la promessa illusoria di una colazione mattutina, andò a stuzzicare le nari di Pomponio. Egli cominciò a stropicciarsi gli occhi, poi si stirò pigramente spalancando la bocca con uno sbadiglio sgangherato. Rimasto fermo un istante, si rialzò bruscamente sciogliendo di dosso il groviglio umido del riparo notturno. Un raggio di luce accendeva bagliori dorati in un gomitolo di paglia mentre si avvicinava tentoni al compagno. Attila era immobile là dove l'aveva disteso, con gli occhi aperti e l'espressione attonita di un bel sogno fugace impressa nel volto. Fissandolo cautamente, gli parve che si rianimasse agitandosi come l'immagine di una bandiera sfiorata dal vento, e, mentre considerava sconcertato questa trasformazione, sentì un solco rovente aprirsi sulle gote. Il respiro gli si strozzò nel petto mentre barcollando si avventava sull'uscio che abbatté con una spallata ed irruppe fuori. Lo accolsero mille ruscelli avventizi che gorgheggiavano sui prati, in alto il cielo ascendeva glorioso e gli uccelli intrecciavano voli gioiosi tra i rami. Uno di loro si posò su di un ramo vicino e ne spiccò una stilla di rugiada che cadde nella pozza dove si stemperavano i colori dell'iride che prontamente danzarono in circolo come un girotondo di bimbi felici. Pomponio guardava rapito, la tempesta era passata.
Manca, ora, solo l'ultimo capitolo del racconto: Il ritorno