Wednesday, January 07, 2009    Register  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 
     
 
   Osteria del sole

L'osteria di Bragù era nascosta in una piccola valle che, staccandosi dalla direzione percorsa dai musicanti come un ramo pendente dall'albero, si perdeva tra i monti a mezzogiorno. La strada d'accesso era orrida a vedersi più di quanto fosse a percorrerla e ben lo sapeva Ambrogio che la imbucava infallibilmente e senza bisogno di istruzioni, memore di certi pascoli odorosi che lo attendevano al termine della fatica. A cosa fatta riceveva in aggiunta i complimenti di Attila per quella sua straordinaria intelligenza, ai quali seguivano immancabilmente i commenti sarcastici di Pomponio. Alla strada faceva compagnia un torrentello bizzarro che all'improvviso spariva in qualche forra profonda per ricomparire poi tutto trionfante nei tratti pianeggianti, dove cantava a distesa con voce argentina. Il luogo, che pareva più adatto ad accogliere un monastero piuttosto che l'osteria, era frequentato, quasi con lo stesso fervore dei pellegrinaggi, dagli estimatori di Bragù i quali accorrevano attratti dalla fama della sua cucina. L'aria pura, gli ingredienti genuini e la perizia dell'oste cucinavano la polenta più rinomata della regione, e con essa carni e salsicce alla brace, e c'era vino di botte sincera capace di estinguere ogni sete. Accanto all'edificio basso ed in muri di pietra della taverna, pomposamente denominata "Osteria del Sole", come faceva fede un'insegna ammaccata che riportava per maggior chiarezza un sole nascente a lato della iscrizione, ne sorgeva un altro di poco più elevato che racchiudeva alcune stanze con pagliericci destinati agli avventori che vi passavano la notte. Poco distante in mezzo al prato c'era la baracca sgangherata che fungeva da latrina. L'oste, un ometto grinzoso ed affumicato, dimorava in un angolo della cucina accanto al caminetto acceso, fedelmente abbracciato ad un mestolone di legno col quale rimestava senza posa nel grande paiolo. Questo sodalizio indissolubile aveva fatto colpo su Pomponio il quale amava ricordare che quel cuoco e quel paiolo "son nati dalla stessa pianta". Bragù aveva una figlia magra, allampanata,  che vestiva di nero e si concedeva di rado un sorriso mezzo scombinato. Essa aveva l'attitudine particolare di considerare gli  avventori con un'espressione che galleggiava a mezza strada tra il servirli e l'azzannarli, e per questo era soprannominata "la lupa".

Quando sopraggiunsero i nostri amici l'atmosfera si riscaldò in una festa di saluti ed abbracci omerici che coinvolsero tutta la brigata, compreso Bragù che si scuoteva tutto sotto le manate generose di Pomponio, comunicando la vibrazione al mestolo che a sua volta la trasmetteva alla polenta. Non fu consentito andare oltre ché l'oste, temendo per l'esito della cottura si irrigidì  e si ritrasse nel suo cantuccio come fa la tartaruga nel guscio. Si scambiarono quindi le notizie sui raccolti, gli eventi notabili, le vicende familiari che di solito si serbano per gli incontri saltuari ma lungamente attesi. "La stagione s'accorcia, l'altra notte s'è imbiancato il dosso - disse l'oste accennando col pollice nella direzione giusta - e intanto col fieno siamo in ritardo" - "allora stanotte coperta doppia, caro il mio Attila e tieni al caldo il violino … lup ... Angela un calice, anzi due per me e l'amico" replicò il batterista. Frattanto, mentre Angela (così si chiamava la figlia dell'oste) apparecchiava per i musicanti il tavolo migliore e a pochi passi Ambrogio assaporava le fragranze del pascolo alpino, la giornata spendeva gli ultimi spiccioli di luce. Nell'Osteria del Sole avevano acceso le lampade ed il calore del giorno, scacciato dalle tenebre, si rifugiava man mano all'interno di quel casolare dall'umile insegna. 

Attila osservava compiaciuto l'animazione chiassosa che si condensava attorno le lanterne e condivideva l'ebbrezza crescente degli animi tuttavia trepidava in cuor suo nell'attesa di giocare a carte, passatempo sovrano delle osterie. Il gioco gli dava il piacere di comunicare col prossimo più di quanto ne guadagnasse con l'arte musicale, che lo turbava, infatti, per la sensazione di isolamento che spesso prova l'artista a contatto del pubblico. Quando finalmente ebbe termine la cena, la tavola fu sparecchiata e restarono solo i bicchieri, Pomponio ordinò il mazzo e reclamò due esperti per la partita. Durante i preparativi, l'emozione aveva attanagliato le sue gambe raggiungendo il culmine mentre si distribuivano le carte, poi dopo le prime battute di gioco s'era dissolta dolcemente e lo sguardo che d'abitudine era trasognato, gli si accese in volto in maniera insolita. Al tavolo si giocava la Marianna, che richiede mimica e fantasia nel comunicare al compagno le proprie carte ed egli si divertì ad interpretare gli sforzi di Pomponio il quale ci dava dentro con grande passione. Quando quel divertimento si esaurì, a qualcuno venne l'idea di far musica per promuovere il ballo. Saltarono fuori una chitarra ed una fisarmonica provvidenziali che dispensavano i nostri musicanti da un compito imprevisto (questa era la loro serata di riposo). Il cambiamento di programma contrariò Attila perché, abbandonato dal compagno che era un provetto ballerino, scopriva di sentirsi solo come mai gli era accaduto prima. Nella sua percezione il tempo si era messo in moto e scorreva via come un torrente impetuoso ed una nostalgia pungente permeava l'attimo che stava vivendo. Con uno sforzo tentò di sfuggire a quella sofferenza proiettandosi in altri luoghi, frugando nel repertorio della memoria alla ricerca di un conforto, e si ritrovò nella casa di Pomponio a rivivere l'atmosfera invernale delle serate dedicate allo scopone in compagnia della padrona di casa, così silenziosa, dei figli così educati ed ubbidienti. Fu disturbato in questa rievocazione da una sensazione come di nota stonata. Lo sguardo gli era caduto su una mascella che, ruotando davanti a lui al ritmo lento della danza, spuntava di tanto in tanto dal gruppo dei danzatori. Poi, sotto quella mascella, aveva individuato la massa scura dei capelli della lupa. Si rese conto allora che il padrone dell'osteria aveva abbandonato la polenta per appartarsi dietro il banco assumendo un atteggiamento cupo e corrucciato. L'animo del musicista trasalì a questo punto, rinunciando del tutto alle precedenti meditazioni. Quando le danze si interruppero per una breve pausa, Pomponio, che si era staccato dalla lupa, si avvicinò al bicchiere vuotandolo in un sorso profondo e mentre lo posava sul tavolo, Attila lo attirò per un braccio "vieni fuori - gli disse - devo dirti una cosa". I due uscirono al sereno e si ritrovarono immersi nel freddo pungente della notte. "Che c'è" fece Pomponio, al quale il freddo pungente nemmeno intaccava la cotenna infuocata "ti pare giusto ingannare così quella povera ragazza?" - "ma cosa ti salta in mente, io non sto ingannando nessuno!" - "a me pare invece che la situazione sia diventata pesante ed anche Bragù ha un'aria piuttosto seccata" - "Attila non esageriamo, lascia fare a me che so benissimo come prendere le donne" - "oh oh! Su questo non ho dubbi, quello che mi domando è come la lupa prenderà la cosa. Come pensi di cavartela con lei domattina?" - "ma cosa credi, che si svegli per salutarmi?" - "sei proprio così sicuro che il caffè te lo faccia suo padre senza presentarti il conto?". Pomponio, guardando in faccia l'amico notò che il mento si era fatto appuntito nella malizia di quella osservazione, poi si rammentò di quell'altra ragazza che stava alla finestra e gli sembrò che sorridesse anch'essa maliziosamente, infine capì che stava per strangolarsi con le proprie mani, così, senza parere, frappose una pausa di riflessione, mutò espressione e con un cenno d'intesa "questa volta credo proprio che tu abbia ragione - riprese - la poverina era così appassionata, tremava come una foglia al vento, mi si aggrappava come un'edera…che ho quasi dimenticato i miei doveri di padre, marito e…" - "suonatore!". Intanto il freddo pungente si era aperto una breccia penetrando in profondità e cominciava a placare i bollenti spiriti del trasgressore il quale, adagio adagio si allontanava dall'osteria per andare a dormire. "Sai, per un momento ho temuto che Bragù ti rimescolasse come è solito fare con la polenta" - "eh via, non esageriamo.." Mano a mano che si allontanavano e diminuiva il rischio di essere sentiti dagli interessati, tra i due compagni scoppiavano risate più fragorose al seguito delle battute e dei commenti salaci. Salirono le scale di legno facendo un baccano d'inferno e quando si coricarono sui pagliericci Attila si addormentò di colpo nel sonno del giusto. Pomponio, invece, trovandosi scomodo sul giaciglio pungente, stentava a seguirne l'esempio e si agitava rotolandosi alla ricerca della posizione giusta e facendo traballare il pavimento della stanza come avrebbe fatto un toro che strofinasse il groppone contro le pareti di quella stamberga.

 

Settimana prossima il terzultimo capitolo del racconto: L'agguato.

 
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