Un'anatra spaventata sbucò starnazzando dalla siepe che costeggiava la strada e finì sotto le zampe di Ambrogio che riuscì a risparmiarle la vita schivandola con perizia, ma non incontrò altrettanta fortuna con la mano lesta di Pomponio il quale, dopo averla agguantata e messa a tacere per sempre, la nascose sul carro bisbigliando "questa fa comodo a noi per l'arrosto di stasera". Poi, accostato l'indice al labbro, invitò il compagno all'omertà. Dalle labbra di costui non uscì nemmeno la "oh" che avevano abbozzato per la sorpresa del colpo di mano, anche perché la promessa tempestiva di quel boccone gli aveva tacitato la coscienza appena scossa. Quando esaurì la razione di strada assegnatagli per quella giornata, anche Ambrogio diede ad intendere la sua necessità di rifocillarsi ed i suonatori lo accontentarono di buon grado assicurandolo ad un cespuglio di piante odorose. Poi si accinsero a cucinare la cacciagione dopo aver acceso il fuoco e spennata la preda; ben presto il profumo dell'arrosto cominciò a spandersi nei dintorni. La serata scorreva rapidamente e già si facevano incontro le ombre della notte mentre l'anatra continuava a cuocere lentamente secondo le disposizioni di Pomponio. Il buio infine si addensò attorno ed il fuoco del bivacco unitamente a quello di una lanterna ne rompeva a tratti l'assedio. Fu allora che due ombre irruppero minacciosamente in quel cerchio di luce. La prima, che brandiva uno schioppo, con un gesto sospinse i musicanti attoniti contro il carro e ve li tenne inchiodati puntando l'arma all'altezza dell'ombelico, l'altra controllava frattanto la situazione scrutando la zona circostante. "Guarda cosa hanno messo sul fuoco" ordinò il capo. Un coltellaccio balenò nella mano dell'incaricato il quale, dopo aver ubbidito a modo suo con quell'arnese, "anatra arrosto" rispose. "Un mangiare da signori" si compiacque il primo che soggiunse perentorio "fuori i quattrini!". I musicanti si guardarono, poi Pomponio trasse fuori in silenzio un sacchetto pieno di monete che il bandito soppesò attentamente per proseguire con un'espressione insoddisfatta "non mi convince…dà un'occhiata all'altra roba, che se ne saltano fuori altri sono guai!". Proseguì così l'ispezione accurata del secondo bandito il quale ci si applicava con tutta la diligenza immaginabile, sempre aiutandosi con il coltello. Tutto il corredo fu analizzato con quella tecnica e non se ne salvò una sola spanna di stoffa. Poi toccò agli strumenti musicali, con precedenza per quelli di Pomponio, sulle cui membrane il filo della lama esercitò la sua missione, facendo sudare la fronte del musicista. Arrivò infine il turno di quell'ispezione che per opposti motivi era la più temuta dai musicanti: restavano soltanto il violino e la custodia. Queste fasi dell'operazione s'erano svolte fino allora senza intoppi nel silenzio più totale mentre Ambrogio, inconsapevole della disgrazia incombente sui compagni di viaggio, si riposava, incognito, nascosto dalla vegetazione. Ma l'animale aveva maturato con l'età e gli strapazzi della vita nomade una fastidiosa indisposizione che gli sconvolgeva gli intestini provocando rumorose turbolenze soprattutto di notte. Essendo poi la bestia ricoperta da una pelle pregiata fin dall'antichità per l'eccellente sonorità, potete immaginare con quale risalto si sfogassero quelle turbolenze; sortiva una serie di detonazioni, una vera e propria scarica di fucileria che avrebbe risvegliato un sordo. I suoi padroni, combattuti tra il timore dei ladri nel caso che lo parcheggiassero a distanza di sicurezza dai loro sonni e il disagio per quelle improvvisate, si erano rassegnati al disagio, ma i banditi? Ebbene, proprio in quel frangente, nel silenzio sacro che precedette l'ispezione del violino, Ambrogio ebbe l'ispirazione e scoreggiò. Colti di sorpresa, gli aggressori persero il controllo e risposero subito al fuoco mirando a orecchio in direzione del cespuglio. La deflagrazione aveva appena rischiarato il campo di battaglia, che uno strepito straziante di matrice asinina squarciava nuovamente la pace notturna. Ferito nell'orgoglio, il somaro liberava al cielo la sua protesta ed i ragli possenti si sparsero per la campagna. Il trambusto finì per svegliare tutti gli abitanti del circondario i quali, per la solidarietà che lega la gente di campagna di fronte al pericolo e per la curiosità destata da quella insolita caccia notturna, si passavano la voce, accendevano lumi e, da lontano, lo sbattere delle imposte pareva riportare l'eco della battaglia in corso. A tutto questo s'erano aggiunti i cani che avevano tempestivamente avviato un coro minaccioso di abbaiamenti, ululati, uggiolii. I banditi non ebbero il tempo per realizzare: cogliendo l'attimo favorevole Pomponio si avventa sul più vicino e l'impeto è tale che schioppo e malloppo sfuggono di mano al malvivente mentre il compare si ritrova fronteggiare Attila che, afferrata a volo una mazza da tamburo si appresta a suonargliele di santa ragione. I due, allora, senza nemmeno un cenno d'intesa, se la diedero a gambe con tutta la fretta che le circostanze ed una collaudata esperienza gli suggerivano e si dileguarono inseguiti dalle imprecazioni, dalle bestemmie e dalle proteste dei tre alleati. Arrivavano intanto le avanguardie dei soccorritori recanti lanterne, schioppi e attrezzi adatti a questa sortita notturna. Guidate dai cani e dal richiamo del somaro furono presto d'attorno venti persone almeno ed il teatro della battaglia fu rischiarato a giorno come una piazza di città. Il ferito ebbe le prime attenzioni, mani esperte lo palparono ed in breve fu fatta la diagnosi: benché malconcio, non essendo stati colpiti organi vitali, gli occorrevano soltanto qualche medicazione ed una buona convalescenza. Ma a Pomponio non andava a genio la prognosi "quante storie per un graffio! Domani farà il suo dovere, altro che le cure.." - "neanche a parlarne! Se non tieni nemmeno in conto che ci ha salvato la vita e lo costringi a lavorare nelle sue condizioni, lo farai da solo perché mi rifiuto di proseguire" - "la pelle me la sono salvata con queste mani, cosa c'entra il somaro?" - "c'entra eccome se centra, se non fosse stato per lui…" La disputa sarebbe continuata fino all'alba se non fosse intervenuto un buon uomo che conosceva i musicanti e si offriva di ospitare l'animale ferito e di prendersi cura di lui. "In fin dei conti - soggiunse - non abitate lontano da qui, potete far ritorno da soli e tra un paio di settimane chi lo verrà a prendere lo troverà guarito e tornerà cavaliere". La proposta ammorbidì l'animo del batterista che si rendeva conto di perdere le monete imboscate se fosse rimasto sulle sue posizioni ed alla fine accondiscese alla soluzione "umanitaria" a condizione però che del recupero si occupasse poi Attila, visto che ci teneva tanto a quel somaro. Risolto il contrasto, fecero l'inventario dei danni ed al proprietario vennero le lacrime agli occhi nel constatare lo stato miserando della batteria. La perdita dell'amato strumento lo affliggeva come quella di una persona cara e si ritrovava come ignudo in mezzo ai soccorritori. Rimasero ancora a lungo sul posto vociando e commentando l'accaduto, poi tutti si mossero ed accompagnarono i musicanti in luogo più sicuro perché consumassero in pace il resto della nottata.