Si erano conosciuti al primo anno di scuola; la famiglia di Attilio si era stabilita da poco in paese, ma Pomponio aveva subito accolto con simpatia il nuovo arrivato e l'aveva invitato a giocare nel suo cortile. Al nuovo compagno di gioco affibbiarono presto il diminutivo di Tiglio, perché era alto come un albero a giudizio di Pomponio che se ne intendeva e buono come una tisana a parere degli altri.
La madre di Tiglio era una donna severa e molto esigente nella educazione scolastica del figlio e lo obbligava a tavolino gran parte del pomeriggio per svolgere i compiti e studiare le lezioni. Verso le sei di sera controllava minuziosamente di persona il lavoro svolto. L'esame produceva in genere referti poco lusinghieri con strascico di castighi e punizioni per il malcapitato che prese a detestare lo studio, allungando inconsapevolmente i tempi del supplizio. Lo sostenevano l'attesa per quell'ora di svago che gli consentivano e l'accesa fantasia con la quale addolciva il lento scorrere del tempo. Si può affermare che la sua vera casa fosse il cortile, un ampio quadrilatero con un portone d'accesso sul lato della piazza e due vie di fuga all'interno che consentivano collegamenti con una strada laterale e con gli edifici attigui. Il lato alla sinistra del portone era delimitato da un semplice recinto che proteggeva un orto e un campo incolto. Addossato al recinto, un salice piangente rompeva la monotonia della corte creando in quell'angolo un'atmosfera raccolta e dolente al tempo stesso. Un muretto accompagnava l'orticello ed il prato lungo la strada laterale, e in primavera un glicine invadente lo tappezzava interamente spandendo il suo profumo in tutto il cortile. Dalla strada si accedeva al prato per un'apertura del muro che un tempo era protetta da un cancello. L'officina di un fabbro chiudeva definitivamente il territorio e con il suo aspetto sinistro e caliginoso comprimeva l'orizzonte fantastico dei ragazzi proprio come fa l'inferno con quello dei peccatori. Tra i compagni di gioco c'erano i figli del macellaio, Lello ed Emilio quasi coetanei, ed Alberto che aveva fama di intellettuale, era infatti l'unico a non tirare sassi ed a scansare abitualmente i giochi bellicosi. Tiglio era invece un accanito fromboliere dalla mira del tutto imprevedibile e piuttosto ispirata nella scelta dei bersagli sbagliati. Uno dei primi lanci finì infatti sulla finestra del fornaio e quel vetro rotto era costato una cena, ma senza demoralizzarlo troppo, così perseverava nel procurarsi altre disgrazie. Pomponio era l'ispiratore dei giochi e l'organizzatore delle imprese. Uno straordinario talento lo guidava fin dalla fanciullezza e la sua mente strategica aveva escogitato una situazione favorevole ai suoi progetti. La chiave di volta di quella strategia erano i fratelli Belìn, figli del fabbro, che nessuno aveva mai visto ma che egli assicurava fossero perfidi e pervertiti. Raccontava di averli visti compiere atti scellerati a spese degli animali, maneggiare polveri da sparo con grande familiarità ed un sacco di altre fandonie con il risultato di convincere i compagni a restare uniti sotto la sua guida e ad esercitarsi per essere pronti a respingere i loro attacchi. Altri nemici comuni erano i cervi volanti che per chissà quale motivo infestavano quei luoghi. Quando qualcuno li avvistava mentre volavano appesantiti dalla corazza, aveva l'obbligo di dare l'allarme generale e tutti si riunivano sotto il salice. Nel corso del secondo anno di scuola, la mamma di Tiglio fece conoscenza con la famiglia di Lella, una graziosa compagna di classe. La villa dove viveva era circondata da un ampio giardino terrazzato e questa particolare conformazione del terreno unita alla vegetazione quasi impenetrabile ne accrescevano la seduzione con un tocco di mistero. Alle visite nella villa non partecipava la sorella di Tiglio la quale, pur essendo maggiore, non frequentava nemmeno la scuola a causa di un'infermità. I due scolaretti restavano in casa a giocare mentre le madri prendevano il tè. Lella aveva una grande predisposizione per il disegno ed amava dipingere gnomi, folletti e fatine ambientandoli nelle loro casette dalle grandi finestre ornate da tende variopinte, con enormi stufe accese, come se prediligesse il clima invernale. A volte le madri consentivano di scendere in giardino e si aggiravano tra le siepi lungo i viottoli ombrosi tenendosi per mano. Tiglio fantasticava di perdersi e restare lì in eterno in compagnia di Lella. Un pomeriggio ella gli disse "ora ti mostro come faccio la pipì e tu in cambio fai la stessa cosa per me". Tiglio accettò con una certa titubanza, ma la bambina accucciata al riparo di una siepe, si scoprì con tale naturalezza che egli la ricambiò senza difficoltà. Quella esperienza appagò la curiosità che aveva accumulato a causa dei compagni, che tracciavano con il gesso simboli murali per dimostrare la loro padronanza di quell'argomento, e delle derisioni che subiva per esserne stato all'oscuro. Poco dopo la prima scoperta gli capitò una seconda occasione di esplorare il territorio segreto della femminilità. In casa di Pomponio alloggiava una giovane vedova con il suo bambino. Durante il puerperio la gente ne parlava sommessamente e con accenti accorati di solidarietà. Benché vivesse, per così dire, a portata di mano, Tiglio non l'aveva mai incontrata, e questa figura di madre sventurata con il figlioletto formavano un piccolo mondo seducente dal quale si sentiva precluso. Un giorno che si trovava in casa dell'amico, vide aperta la stanza dove viveva la giovane donna. Essa stava allattando seduta sul letto ed egli entrò spontaneamente per fare conoscenza. Rimase per un po' in silenzio prima di chiederle cosa stesse facendo -lo allatto- gli rispose. Tiglio osservò con espressione stupita poi si fece coraggio e chiese nuovamente - il latte esce da lì? - - Sì, vuoi vedere?- egli non parlò e, mentre la puerpera premeva la mammella, una goccia di latte comparve miracolosamente sul capezzolo e scivolò giù per la soave rotondità. In silenzio sgattaiolò fuori dalla stanza, turbato ma soddisfatto per quella inattesa scoperta. Pomponio non aveva bisogno del caso o della fortuna per fare quelle esperienze. Gli era nata da poco una sorellina ed aveva acquistato in poco tempo grande familiarità sulla natura femminile grazie a tutte le operazioni che si svolgono attorno ad un neonato tra le quattro mura della propria casa. Solo che questa familiarità avrebbe avuto scarso peso se non l'avesse portata a conoscenza degli altri. Un pomeriggio, mentre la sorellina dormiva nella culla in cortile, diede una memorabile lezione di anatomia ai compagni più stretti, a spese della ignara creatura. C'erano Lello, Emilio e Alberto che si puliva in continuazione gli occhiali. Tiglio assisteva imbarazzato a quella lezione condotta con il piglio di un comizio, del resto egli aveva conosciuto le stesse cose senza approfittare di un familiare ed esibirlo poi come un trofeo. Ad un certo punto gli si appannò la vista e s'allontanò. Si diresse verso la piazza dove alcuni oleandri campeggiavano al centro, circondati dalle aiuole e dalle panchine che erano rivolte verso i punti cardinali. I rami che scendevano a terra carichi di foglie laccate creavano un'isola appartata e nascosta alla vista dei passanti. Nell'ombra i fiori biancheggiavano come candele ed il profumo intenso che esalavano, dava un senso di ebbrezza….dopo un attimo di smarrimento, desideroso di scacciare quell'episodio dalla coscienza, intonò sommessamente una canzone, mugolando come era solito fare, a bocca chiusa.
Chi fa più compagnia della musica ad una persona sola? Quando suo padre si rinchiudeva in una stanza e suonava il violino, egli lo ascoltava con venerazione e serbava negli orecchi quei motivi elegiaci ed un poco melanconici che trapelavano dalle pareti. Quando fu in grado di fare dei confronti con i musicisti di piazza, si rese conto di quanta espressività e comunicativa possedesse suo padre, nonostante la tecnica fosse approssimativa. A causa dell'età ancora acerba non gli consentivano di maneggiare il violino ma Tiglio si era impadronito della musica ed improvvisava cantando appena ne aveva la possibilità. La musica avvolse ogni aspetto della sua realtà quotidiana e mutava intonazione con il trascorrere della giornata. A volte usciva da casa dopo cena e, mentre passeggiava per le vie del paese, le finestre illuminate gli mandavano messaggi nostalgici di intimità domestiche, le vie strette e serrate tra le case lo invitavano all'evasione verso un mondo sconosciuto là oltre l'orizzonte tenebroso, ed egli cantava sommessamente in sintonia con quelle seduzioni. Quando compì gli anni a settembre, papà gli regalò un violino rudimentale costruito con le proprie mani ed egli corse in cortile a mostrare quella meraviglia. Lo attendeva una sorpresa. Per una strana coincidenza anche Pomponio aveva ricevuto un regalo; si trattava di un assortimento di paramenti e bardature militareschi sufficienti a rivestire una compagnia. C'erano cinturoni, spadini da parata, cappelli, elmi e persino un tamburo che Pomponio assegnò a se stesso. A ciascun compagno diede un grado e le insegne adeguate e tutti insieme sfilarono in parata attorno al cortile.
Trascorsero l'autunno, l'inverno, poi le giornate grigie a tavolino ripresero a colorarsi dei colori stupendi che madre natura conserva nello scrigno per offrirli in dote a Primavera.
Accadde a quel tempo, sul finire di un giorno di maggio, quando le voci sono arrochite e le menti predisposte all'immaginazione che si allunga con le prime ombre della sera, che un grido improvviso richiamasse tra gli altri i nostri due che giocavano in cortile: venite, venite a vedere, c'è un cornabò! Accorsero ansanti e Pomponio si informava ad ogni passo "dov'è, dov'è?", aggirarono il muro dal quale il glicine pendente spandeva una pallida luce e sopraggiunsero in un prato calpestato dove giacevano i miseri resti di un cervo volante. Lì, alla luce incerta del tramonto, le spoglie di quello che era stato uno spaventevole ma innocuo insetto, acquistarono il riflesso sinistro dell'orrore agli occhi di Pomponio che le guardava in silenzio con le labbra serrate. Le corna brunite erano separate dal corpo dell'animale ed egli temeva che si ricomponessero per ghermirlo ai capelli. Tiglio, osservando dall'alto quella scena, annotò il muto pallore del compagno.
Quella reazione poco eroica di fronte al cornabò, invece di sorprenderlo gli procurava un certo compiacimento per quel margine di superiorità, quanto a coraggio, che gli conferiva, pur tenendo conto della convenienza di mantenere il riserbo sulla faccenda. Pomponio, tuttavia, aveva dei comportamenti che avrebbero sturato non il riserbo ma la stessa pazienza di un santo. Come il giorno in cui si vantò di aver affrontato e messo in fuga i Belin da solo. Alberto si era intromesso chiedendo a che ora e dove era successo il fatto e Pomponio rispondeva spostando ora qua ora là il teatro dello scontro e mantenendosi nel vago per conservare un margine di manovra di fronte alle contestazioni. Così, mentre cresceva il coro degli increduli, salivano il tono e l'indignazione dello indagato fino a quando Tiglio non ebbe l'ardire di interrompere il contrasto dicendo "ma non fare tanto il gradasso, che ti fan paura i cornabò!". Quello si rivoltò urlando minaccioso "prova a ripeterlo che ti faccio a pezzettini" e gli agitava in faccia il pugno chiuso dal quale sporgeva il pollice a campione della misura dei pezzettini. La cosa finì lì e si separarono serbando ciascuno il proprio segreto, ma Pomponio, che non riusciva a digerire il suo, si arrovellava: in fin dei conti chi gli aveva mosso quella accusa infamante non poteva essere così mite ed ingenuo come pensava, piuttosto doveva nascondere un animo malizioso o peggio ancora. Rimuginando questa idea, trovò che nel famoso sorriso a V del rivale si scoprivano i canini e che su quelli la luce brillava sinistramente come sugli affilati canini dei vampiri. Si immaginò che fosse stato proprio lui l'autore dello scempio che l'aveva impressionato, per non parlare poi delle stragi di finestre e di altri episodi fino allora sottovalutati, concludendo tra sé che un individuo simile non poteva più chiamarsi Tiglio ma meritava il nome di un senza Dio, di un barbaro sanguinario, Attila appunto! Usò allora tutta la sua diplomazia per proporre quel nuovo nome ai compagni, sfruttando sapientemente le assenze forzate del rivale e riuscì a renderlo più popolare dell'altro e a prendere la sua rivincita.
Nonostante tutto erano rimasti amici e, coltivando per uno strano destino la stessa Musa, si erano messi in società per rallegrare le fiere e le feste popolari delle loro contrade con la loro arte. Nel corso di uno dei frequenti viaggi di trasferimento che tanto piacevano ad Attila quanto dispiacevano a Pomponio, che li considerava una perdita di tempo, si fermarono accanto al ceppo di un albero secolare per riprendere fiato e lì, dopo essersi rifocillati in compagnia dell'inseparabile Ambrogio, si accinsero a provare i loro strumenti per mettere a punto un nuovo motivo.
Ma ecco che il sonno galeotto si impadronisce di Pomponio. Attila abbassa la voce del violino per non svegliarlo e continua ad improvvisare in cerca della ispirazione quando, così per caso, si risovviene da quella famosa storia del cornabò. Un lampo malizioso gli balena sul volto e, alzandosi in piedi, trae dal violino una sonorità sottile, una vibrazione quasi impercettibile che si dilata pian piano vagolando qua e là. Il ronzio si allontana e riavvicina facendosi più fastidioso e l'autore ne osserva divertito l'effetto nella espressione dell'assopito batterista le cui labbra si serrano un poco. Arrivato al momento culminante, con un secco e perentorio pizzicato, proprio vicino all'orecchio, conclude la serenata. Pomponio, come se fosse punto davvero, sobbalza strabuzzando gli occhi e spalancando le braccia: vedendo accanto a sé il compagno che lo osserva con aria sorniona, riprende il controllo e scoppia in una fragorosa risata "Attila…Attila, questa è proprio bella!… ottima imitazione, che ne diresti di eseguirla in pubblico? io poi…potrei difendermi, che te ne pare?" - così dicendo brandisce i piatti facendoli schioccare in un crash fragoroso. "Non è un'idea da buttare" risponde l'altro. Dopo una laboriosa gestazione realizzarono da quella consultazione una gustosa scenetta di caccia grossa nella quale Pomponio si scatenava all'inseguimento dell'impudente nemico pungigliuto usando tutti i ferri del mestiere. La caccia aveva fasi alterne e solitamente terminava con la vittoria della parte lesa mentre Attila, mimando goffamente gli ultimi sussulti dell'insetto abbattuto, faceva ridere a crepapelle gli spettatori. C'era tuttavia una variante che consentiva la fuga e la salvezza dell'aggressore, il volo del quale pareva magicamente innalzarsi sfuggendo al cacciatore e salendo sempre più su svaniva infine nel cielo lasciando tutti col naso per aria. E fioccavano gli applausi e con gli applausi i soldini che Pomponio raccoglieva diligentemente. A onor del vero egli non gradiva molto questa variazione sia perché ne era rimasto sorpreso egli stesso, la prima volta, sia perché non gradiva esser gabbato pubblicamente da un insetto impertinente. Di conseguenza non l'aveva mai accettata ufficialmente ma non se ne lamentava con il compagno, anzi lo lodava con enfasi per l'originalità dell'improvvisazione. Da allora cominciò a riconsiderare con interesse il malloppo che andavano raccogliendo anche grazie a quelle improvvisazioni, fin quando non affiorarono certe motivazioni che lo autorizzavano a distillarne una parte per sé. In primo luogo, si diceva, c'erano a casa sua più bocche da sfamare che non da quell'altro, poi si doveva tenere conto del proprio lavoro organizzativo senza il quale quell'altro avrebbe raccolto ben poco, infine c'era il problema della sicurezza. A quel tempo era pericoloso viaggiare, si facevano cattivi incontri ed anche due poveri musicanti potevano far gola a qualche malintenzionato. Tramutando una parte, modesta s'intende, dei soldi guadagnati in monete d'oro e nascondendo le monete suddette in luogo sicuro, si sarebbero realizzate a un tempo sia la distillazione che gli era dovuta sia l'assicurazione che metteva il distillato al riparo dalle cattive sorprese. Per lungo tempo Pomponio meditò sulla scelta del nascondiglio, lo faceva tutte le sere prima di coricarsi mentre quell'altro strimpellava il violino. Infine gli venne l'ispirazione giusta quando lo sguardo gli cadde sulla custodia rinforzata laddove faceva capolino una fessura tra le assicelle. Lì si provò ad infilare la prima moneta, trovando che vi si adattava benissimo, meglio ancora se in buona compagnia. Con un piccolo cuneo sigillò la fessura in attesa di nuovi eventi, e da quel momento ebbe il forziere che cercava all'insaputa di colui che ne era il custode solerte.